giovedì 1 maggio 2014

4/5/2014 III domenica di Pasqua - Anno (A)


omelia
III Domenica di Pasqua - Anno A
At 2,14a.22-33; Sal 15; 1 Pt 1,17-21; Lc 24,13-35

 
  Nel Vangelo abbiamo il racconto cosiddetto dei discepoli di Emmaus. Durante il viaggio sono avvicinati da Gesù risorto, ma i loro occhi sono incapaci di riconoscerlo. È evidente che in questo cammino (o meglio: una fuga) possiamo rivedere, senza tanti espedienti, le nostre fughe, i nostri allontanamenti dalla via della vita. Quante volte come i due discepoli siamo stati assaliti dalla tristezza, dal dubbio, dalla delusione, perché questo sedicente Risorto, per noi, è come se non lo fosse? E quante altre volte, invece, lo abbiamo percepito un compagno di viaggio solo dopo che è passato oltre il nostro orizzonte interiore? Come se avesse lasciato un segno profondo, il profumo della sua persona.
  L’esperienza di Emmaus riguarda tutti noi, in particolare quando abbandoniamo ogni speranza, o quando la vita spirituale è catturata da altre cose, distratta dalle parole di falsi compagni di viaggio. L’invito, allora, è di lasciar entrare nel cuore il vero Dio quando si fa sera, cioè, quando sentiamo che le forze vengono meno e lo sconforto sembra schiacciarci.
La sua presenza è inconfondibile...

martedì 18 marzo 2014

19/3/2014 - San Giuseppe sposo di Maria




Rif. 2Sam 7,4-5a.12-14a.16; Sal 88(89); Rm 4,13.16-18.22; Mt 1,16.18-21.24 
    19 marzo omelia
San Giuseppe sposo di Maria 
   
    Tutti sappiamo che le donne, a differenza degli uomini, hanno una distinta propensione alla custodia, se non anche per una questione biologica: la natura le ha dotate di un grembo che preserva, fa crescere e genera la vita. Come non vedere nel dono della maternità una compartecipazione all’atto creativo di Dio? Coscienti di aver ricevuto un regalo così straordinario, di fronte al quale non finiremo mai di stupirci e di commuoverci, è altrettanto naturale chiedersi se nella storia umana è esistita un’altra creatura che ha saputo custodire la Vita come Maria. Ovviamente, lei è l’unica ad aver portato in grembo il Figlio di Dio, ma Giuseppe, pur essendo uomo, non è stato certo da meno: è l’emblema di un’altra forma di custodia, certamente più maschile, cioè, la tutela. Il Figlio del Padre ha avuto bisogno anche di una figura paterna che lo proteggesse, che lo educasse nella fede e nell’apprendimento, affinché imparasse a ringraziare Dio, anche per coloro ai quali fu affidato.
     L’esempio di una dote così speciale la riscontriamo nella pagina del vangelo di oggi. Maria e Giuseppe sono sposati legalmente ma non ancora conviventi. La notizia di un’improvvisa e, soprattutto, inspiegabile gravidanza, avrebbe dato diritto allo sposo di ripudiare pubblicamente la propria consorte. Giuseppe però, contro ogni aspettativa, non agisce d’impulso ma, con serenità e saggezza: pensò di ripudiarla in segreto. È questo da questo dettaglio che scopriamo la sua grande capacità di custodia. Giuseppe è un uomo giusto e innamorato. È un connubio perfetto, perché se fosse stato solo l’uno o, solo l’altro, avrebbe sicuramente ripudiato Maria; se non perché lo prescriveva la Legge di Mosè, glielo avrebbe prescritto l’orgoglio ferito.
  Il Vangelo racconta che un angelo gli apparve in sogno rassicurandolo: «Non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti, il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo». Solo una persona capace di vero ascolto spirituale dà fiducia a una visione, lui è una di queste.
     La coppia di Nazareth, quindi, non si è formata a caso. Giuseppe e Maria sono più affini di quanto non si creda e, con un po’ d’attenzione, si evince dai primi capitoli del Vangelo. Dio Padre ha voluto che il Figlio s’incarnasse in una famiglia, perciò, non solo nel grembo di Maria ma anche nel cuore e nella mente di Giuseppe. Ed è stupendo che sia stato proprio Giuseppe ad aver avuto l’incarico di rivelare pubblicamente il nome del bambino, otto giorni dopo la nascita, per la sua circoncisione. Tu lo chiamerai Gesù, gli dice l’angelo. Chi, secondo la Legge avrebbe dovuto pubblicamente distruggere con ripudio la vita di Maria e quella del suo grembo, si trova a esserne il primo promotore ed evangelizzatore. Dio-salva, questo è il suo nome e la sua missione, e il primo averne beneficiato è Giuseppe. Infatti, la salvezza di Dio l’ha preceduto dal grembo di Maria, consentendole di generare il Salvatore del mondo.
     Davanti a un esempio così imperioso di virtù e santità, credo sia normale avvertire un grande imbarazzo, se non anche perché – in tutta onestà – lo sposo della Vergine non occupa i primi posti tra gli stili di vita che vorremmo perseguire; al massimo gli tributiamo un fugace pensiero d’affetto e solidarietà nella festa del primo giorno di maggio. Giuseppe però, per i cristiani, non è solo un lavoratore o un bravo e onesto padre di famiglia. È l’uomo giusto, che non guarda al proprio bene se non rientra nella logica di un bene più grande; è colui che ascolta il proprio cuore e quello delle persone che lo amano; è colui che nel Vangelo non dice neanche una parola, tuttavia ha permesso alla Parola di dire tutto.
    Imitiamo san Giuseppe in tutto ciò che ha fatto e sicuramente la grazia di Dio dimorerà dentro di noi, in ogni nostro pensiero, parola e azione.

Sia Lodato Gesù Cristo.
Un libro da regalarti o regalare...

venerdì 28 febbraio 2014

2/3/2014 VIII domenica del Tempo Ordinario - Anno (A)

Is 49,14-15; Sal 61; 1 Cor 4,1-5; Mt 6,24-34
omelia
VIII domenica del Tempo Ordinario – Anno (A)

   Il brano che abbiamo appena letto fa parte di una sezione del testo di san Matteo chiamata dai biblisti discorso evangelico: una raccolta d’insegnamenti che Cristo pronuncia a più riprese, probabilmente su un promontorio nei pressi di Cafarnao, vicino al lago di Tiberiade. La scelta di parlare alle folle sopra un monte, ricorda quel Dio che convocò il popolo d’Israele sul Sinai per consegnargli la sua legge, ma oltre a questo e più immediatamente, è per una questione di praticità; stando un po’ più in alto rispetto alla gente, Gesù  poteva farsi ascoltare e vedere da tutti.
    Il suo discorso è costituito da due parti: la prima è il raffronto tra Dio e le ricchezze, la seconda è la necessità di abbandonarsi alla divina provvidenza. Le due parti sono collegate tra loro da una frase molto particolare: perciò io vi dico. Questa non intende solo rimarcare il rapporto tra i due discorsi e la conseguenza che ne deriva, ma soprattutto, vuole far comprendere che le parole di Gesù hanno un effetto legale, sono Legge per chi le ascolta. Perciò io vi dico: è Dio che parla, e le sue parole vanno ponderate, come fossero le più importanti che un orecchio umano possa ascoltare.
   La prima parte del discorso non è un comando bensì una costatazione: Non potete servire due padroni. È un’immagine un po’ lontana dalla nostra sensibilità, ma è molto vicina a quella di coloro che lo ascoltavano. Tutti all’epoca – a più livelli – erano subalterni di qualcun altro. I rapporti erano regolamentati dalla necessità di sopravvivenza (più di quanto lo siano oggi), non esistevano previdenze sociali, sistemi pensionistici o assicurativi. Tanto lo schiavo quanto il soldato sapevano bene che, se privati del sostegno, del padrone l’uno, e del superiore l’altro, sarebbero morti di fame. E non di rado qualcuno – a rischio della vita – cercava il sostegno economico anche di altri persone, talvolta in contrasto tra di esse. Quindi, se Gesù dice, che non si può servire nello stesso tempo due padroni, evidenzia non tanto l’incompatibilità morale tra Dio e i beni di Dio, bensì l’importanza di comprendere che Dio è l’unico padrone di tutti i beni, e servendolo godiamo di tutto quel che gli appartiene.
    Ciò che si evidenzia all’inizio è drammatico: a volte crediamo che per avere tutto quel che ci occorre spiritualmente e materialmente, sia necessario un doppio culto, quello per Dio e quello per le sue ricchezze. Le cose non stanno così, infatti, la seconda parte dell’insegnamento di Gesù sottolinea l’impossibilità di una separazione tra queste due realtà... non esteriormente (purtroppo sono in molti a servire il dio denaro) ma interiormente.
   Pertanto le sue raccomandazioni a non preoccuparsi per il vestito, per il cibo, per la vita, sono fatte per aprirci gli occhi del cuore sull’unico in grado di donarceli. Quando Dio è il nostro abito, vale a dire, ciò che scegliamo d’indossare tutti i giorni; quand’è il nostro cibo quotidiano, fatto di Eucarestia e Vangelo; quand’è la nostra vita, significa che Dio è tutto, è l’unica nostra vera ricchezza…
  Si potrebbe obiettare che quando a una persona manca il necessario per vivere facilemente cede al servilismo delle cose materiali. È vero. Gesù però non sta facendo la morale ai poveri, costretti a compromessi meschini pur di sopravvivere, ma ad ascoltare attentamente il suo invito: cercate il Regno di Dio e la sua giustizia, il resto vi sarà dato. Non sta prendendo le difese di una categoria, quella che abitualmente definiamo debole, ma sta facendo un discorso che vale per tutti, per i potenti e per i deboli: volete che nel mondo ci sia giustizia? Cercate con tutto il cuore il Dio e la sua volontà, il resto viene di conseguenza. La volontà del Padre non si applica attraverso un sistema legale ideato dagli uomini. Il lieto annuncio si predica con la dolcezza, non s’impone con la forza. Occorre però essere disposti ad accoglierlo, altrimenti il nostro cuore sarà sempre in conflitto nell'amore tra due padroni, uno vero e l’altro falso: il primo nutre la nostra anima e ci spinge a testimoniare la necessità di seguirlo per godere dei suoi beni, anche quelli materiali; il secondo nutre il nostro ventre e basta, non ci fa sentire sulla pelle la fame degli altri; l’importante è che mangi io, poi il resto del mondo…
    Quindi, puntualmente, chi serve il regno di Dio e la sua giustizia, lavora perché nella società umana tutti abbiano l’indispensabile per vivere, cioè Dio e i suoi beni. Chi al contrario serve solo le ricchezze, ne avrà sempre più fame, e quel che ha mangiato, non è mai abbastanza. Questa è la causa di disparità sociali, d’ingiustizie e di guerre che qualcuno, addirittura, arriva poi a giustificare in nome di Dio, palesando così quel doppio culto aborrito da Gesù nel Vangelo di oggi.
   Concludo con le parole di san Paolo perché oltre a sostenere quanto ho appena detto mi sembrano molto indovinate: siamo servi di Cristo e amministratori dei suoi misteri; preoccupiamoci della nostra fedeltà a lui e al suo Vangelo, e sicuramente saremo collaboratori di quel Dio che ci ha creati affinché la sua volontà sia sulla terra com’è nel cielo.

Sia lodato Gesù Cristo.



mercoledì 22 gennaio 2014

26/2/2014 III domenica del Tempo Ordinario - Anno A




omelia
III domenica del Tempo Ordinario – Anno (A)

Is 8,23b - 9,3; Sal 26; 1 Cor 1,10-13. 17; Mt 4,12-23

     Nelle letture di questa domenica scopriamo quanto Dio desideri la concordia e l’unanimità per le sue creature. Non si tratta di un semplice augurio, di un auspicio, ma di una missione che il Padre affida al Figlio affinché quelli che gli ha dato, siano una sola cosa. (cfr. Gv 17,11). Come racconta il vangelo di oggi, Gesù invita i primi discepoli a seguirlo, trasformando la loro unione umana (per parentela o per mestiere svolto) in unione divina per vocazione. Questa conversione è possibile solo a Dio, non all’uomo. Infatti, ci relazioniamo con il prossimo per un principio di necessità, per un istinto di conservazione; le società nascono per garantire la sopravvivenza di una specie. Solo per una vocazione dall’alto, solo per il bagliore di una luce divina che illumina la mente e il cuore, scopriamo che, per raggiungerla, non possiamo camminare da soli. Perciò, la condivisione di un’esistenza terrena acquista un valore inimmaginabile soltanto se c’è Qualcuno che dà un senso al nostro “stare insieme”, altrimenti, non saremmo poi così diversi dalle bestie.
   Purtroppo, la redenzione di Cristo e la sua chiamata a seguirlo, non hanno diminuito la nostra attrazione per il soggettivisimo e l'abbrutimento spirituale che ne comporta. Lo vediamo dal rimprovero fraterno che nella seconda lettura san Paolo fa ai cristiani di Corinto; in discordia a causa di preferenze e legami d’appartenenza che davano prova di un pericoloso smarrimento dell’essenziale cristiano: l’unità nel Signore Gesù…

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