martedì 18 marzo 2014

19/3/2014 - San Giuseppe sposo di Maria




Rif. 2Sam 7,4-5a.12-14a.16; Sal 88(89); Rm 4,13.16-18.22; Mt 1,16.18-21.24 
    19 marzo omelia
San Giuseppe sposo di Maria 
   
    Tutti sappiamo che le donne, a differenza degli uomini, hanno una distinta propensione alla custodia, se non anche per una questione biologica: la natura le ha dotate di un grembo che preserva, fa crescere e genera la vita. Come non vedere nel dono della maternità una compartecipazione all’atto creativo di Dio? Coscienti di aver ricevuto un regalo così straordinario, di fronte al quale non finiremo mai di stupirci e di commuoverci, è altrettanto naturale chiedersi se nella storia umana è esistita un’altra creatura che ha saputo custodire la Vita come Maria. Ovviamente, lei è l’unica ad aver portato in grembo il Figlio di Dio, ma Giuseppe, pur essendo uomo, non è stato certo da meno: è l’emblema di un’altra forma di custodia, certamente più maschile, cioè, la tutela. Il Figlio del Padre ha avuto bisogno anche di una figura paterna che lo proteggesse, che lo educasse nella fede e nell’apprendimento, affinché imparasse a ringraziare Dio, anche per coloro ai quali fu affidato.
     L’esempio di una dote così speciale la riscontriamo nella pagina del vangelo di oggi. Maria e Giuseppe sono sposati legalmente ma non ancora conviventi. La notizia di un’improvvisa e, soprattutto, inspiegabile gravidanza, avrebbe dato diritto allo sposo di ripudiare pubblicamente la propria consorte. Giuseppe però, contro ogni aspettativa, non agisce d’impulso ma, con serenità e saggezza: pensò di ripudiarla in segreto. È questo da questo dettaglio che scopriamo la sua grande capacità di custodia. Giuseppe è un uomo giusto e innamorato. È un connubio perfetto, perché se fosse stato solo l’uno o, solo l’altro, avrebbe sicuramente ripudiato Maria; se non perché lo prescriveva la Legge di Mosè, glielo avrebbe prescritto l’orgoglio ferito.
  Il Vangelo racconta che un angelo gli apparve in sogno rassicurandolo: «Non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti, il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo». Solo una persona capace di vero ascolto spirituale dà fiducia a una visione, lui è una di queste.
     La coppia di Nazareth, quindi, non si è formata a caso. Giuseppe e Maria sono più affini di quanto non si creda e, con un po’ d’attenzione, si evince dai primi capitoli del Vangelo. Dio Padre ha voluto che il Figlio s’incarnasse in una famiglia, perciò, non solo nel grembo di Maria ma anche nel cuore e nella mente di Giuseppe. Ed è stupendo che sia stato proprio Giuseppe ad aver avuto l’incarico di rivelare pubblicamente il nome del bambino, otto giorni dopo la nascita, per la sua circoncisione. Tu lo chiamerai Gesù, gli dice l’angelo. Chi, secondo la Legge avrebbe dovuto pubblicamente distruggere con ripudio la vita di Maria e quella del suo grembo, si trova a esserne il primo promotore ed evangelizzatore. Dio-salva, questo è il suo nome e la sua missione, e il primo averne beneficiato è Giuseppe. Infatti, la salvezza di Dio l’ha preceduto dal grembo di Maria, consentendole di generare il Salvatore del mondo.
     Davanti a un esempio così imperioso di virtù e santità, credo sia normale avvertire un grande imbarazzo, se non anche perché – in tutta onestà – lo sposo della Vergine non occupa i primi posti tra gli stili di vita che vorremmo perseguire; al massimo gli tributiamo un fugace pensiero d’affetto e solidarietà nella festa del primo giorno di maggio. Giuseppe però, per i cristiani, non è solo un lavoratore o un bravo e onesto padre di famiglia. È l’uomo giusto, che non guarda al proprio bene se non rientra nella logica di un bene più grande; è colui che ascolta il proprio cuore e quello delle persone che lo amano; è colui che nel Vangelo non dice neanche una parola, tuttavia ha permesso alla Parola di dire tutto.
    Imitiamo san Giuseppe in tutto ciò che ha fatto e sicuramente la grazia di Dio dimorerà dentro di noi, in ogni nostro pensiero, parola e azione.

Sia Lodato Gesù Cristo.
Un libro da regalarti o regalare...

venerdì 28 febbraio 2014

2/3/2014 VIII domenica del Tempo Ordinario - Anno (A)

Is 49,14-15; Sal 61; 1 Cor 4,1-5; Mt 6,24-34
omelia
VIII domenica del Tempo Ordinario – Anno (A)

   Il brano che abbiamo appena letto fa parte di una sezione del testo di san Matteo chiamata dai biblisti discorso evangelico: una raccolta d’insegnamenti che Cristo pronuncia a più riprese, probabilmente su un promontorio nei pressi di Cafarnao, vicino al lago di Tiberiade. La scelta di parlare alle folle sopra un monte, ricorda quel Dio che convocò il popolo d’Israele sul Sinai per consegnargli la sua legge, ma oltre a questo e più immediatamente, è per una questione di praticità; stando un po’ più in alto rispetto alla gente, Gesù  poteva farsi ascoltare e vedere da tutti.
    Il suo discorso è costituito da due parti: la prima è il raffronto tra Dio e le ricchezze, la seconda è la necessità di abbandonarsi alla divina provvidenza. Le due parti sono collegate tra loro da una frase molto particolare: perciò io vi dico. Questa non intende solo rimarcare il rapporto tra i due discorsi e la conseguenza che ne deriva, ma soprattutto, vuole far comprendere che le parole di Gesù hanno un effetto legale, sono Legge per chi le ascolta. Perciò io vi dico: è Dio che parla, e le sue parole vanno ponderate, come fossero le più importanti che un orecchio umano possa ascoltare.
   La prima parte del discorso non è un comando bensì una costatazione: Non potete servire due padroni. È un’immagine un po’ lontana dalla nostra sensibilità, ma è molto vicina a quella di coloro che lo ascoltavano. Tutti all’epoca – a più livelli – erano subalterni di qualcun altro. I rapporti erano regolamentati dalla necessità di sopravvivenza (più di quanto lo siano oggi), non esistevano previdenze sociali, sistemi pensionistici o assicurativi. Tanto lo schiavo quanto il soldato sapevano bene che, se privati del sostegno, del padrone l’uno, e del superiore l’altro, sarebbero morti di fame. E non di rado qualcuno – a rischio della vita – cercava il sostegno economico anche di altri persone, talvolta in contrasto tra di esse. Quindi, se Gesù dice, che non si può servire nello stesso tempo due padroni, evidenzia non tanto l’incompatibilità morale tra Dio e i beni di Dio, bensì l’importanza di comprendere che Dio è l’unico padrone di tutti i beni, e servendolo godiamo di tutto quel che gli appartiene.
    Ciò che si evidenzia all’inizio è drammatico: a volte crediamo che per avere tutto quel che ci occorre spiritualmente e materialmente, sia necessario un doppio culto, quello per Dio e quello per le sue ricchezze. Le cose non stanno così, infatti, la seconda parte dell’insegnamento di Gesù sottolinea l’impossibilità di una separazione tra queste due realtà... non esteriormente (purtroppo sono in molti a servire il dio denaro) ma interiormente.
   Pertanto le sue raccomandazioni a non preoccuparsi per il vestito, per il cibo, per la vita, sono fatte per aprirci gli occhi del cuore sull’unico in grado di donarceli. Quando Dio è il nostro abito, vale a dire, ciò che scegliamo d’indossare tutti i giorni; quand’è il nostro cibo quotidiano, fatto di Eucarestia e Vangelo; quand’è la nostra vita, significa che Dio è tutto, è l’unica nostra vera ricchezza…
  Si potrebbe obiettare che quando a una persona manca il necessario per vivere facilemente cede al servilismo delle cose materiali. È vero. Gesù però non sta facendo la morale ai poveri, costretti a compromessi meschini pur di sopravvivere, ma ad ascoltare attentamente il suo invito: cercate il Regno di Dio e la sua giustizia, il resto vi sarà dato. Non sta prendendo le difese di una categoria, quella che abitualmente definiamo debole, ma sta facendo un discorso che vale per tutti, per i potenti e per i deboli: volete che nel mondo ci sia giustizia? Cercate con tutto il cuore il Dio e la sua volontà, il resto viene di conseguenza. La volontà del Padre non si applica attraverso un sistema legale ideato dagli uomini. Il lieto annuncio si predica con la dolcezza, non s’impone con la forza. Occorre però essere disposti ad accoglierlo, altrimenti il nostro cuore sarà sempre in conflitto nell'amore tra due padroni, uno vero e l’altro falso: il primo nutre la nostra anima e ci spinge a testimoniare la necessità di seguirlo per godere dei suoi beni, anche quelli materiali; il secondo nutre il nostro ventre e basta, non ci fa sentire sulla pelle la fame degli altri; l’importante è che mangi io, poi il resto del mondo…
    Quindi, puntualmente, chi serve il regno di Dio e la sua giustizia, lavora perché nella società umana tutti abbiano l’indispensabile per vivere, cioè Dio e i suoi beni. Chi al contrario serve solo le ricchezze, ne avrà sempre più fame, e quel che ha mangiato, non è mai abbastanza. Questa è la causa di disparità sociali, d’ingiustizie e di guerre che qualcuno, addirittura, arriva poi a giustificare in nome di Dio, palesando così quel doppio culto aborrito da Gesù nel Vangelo di oggi.
   Concludo con le parole di san Paolo perché oltre a sostenere quanto ho appena detto mi sembrano molto indovinate: siamo servi di Cristo e amministratori dei suoi misteri; preoccupiamoci della nostra fedeltà a lui e al suo Vangelo, e sicuramente saremo collaboratori di quel Dio che ci ha creati affinché la sua volontà sia sulla terra com’è nel cielo.

Sia lodato Gesù Cristo.



mercoledì 22 gennaio 2014

26/2/2014 III domenica del Tempo Ordinario - Anno A




omelia
III domenica del Tempo Ordinario – Anno (A)

Is 8,23b - 9,3; Sal 26; 1 Cor 1,10-13. 17; Mt 4,12-23

     Nelle letture di questa domenica scopriamo quanto Dio desideri la concordia e l’unanimità per le sue creature. Non si tratta di un semplice augurio, di un auspicio, ma di una missione che il Padre affida al Figlio affinché quelli che gli ha dato, siano una sola cosa. (cfr. Gv 17,11). Come racconta il vangelo di oggi, Gesù invita i primi discepoli a seguirlo, trasformando la loro unione umana (per parentela o per mestiere svolto) in unione divina per vocazione. Questa conversione è possibile solo a Dio, non all’uomo. Infatti, ci relazioniamo con il prossimo per un principio di necessità, per un istinto di conservazione; le società nascono per garantire la sopravvivenza di una specie. Solo per una vocazione dall’alto, solo per il bagliore di una luce divina che illumina la mente e il cuore, scopriamo che, per raggiungerla, non possiamo camminare da soli. Perciò, la condivisione di un’esistenza terrena acquista un valore inimmaginabile soltanto se c’è Qualcuno che dà un senso al nostro “stare insieme”, altrimenti, non saremmo poi così diversi dalle bestie.
   Purtroppo, la redenzione di Cristo e la sua chiamata a seguirlo, non hanno diminuito la nostra attrazione per il soggettivisimo e l'abbrutimento spirituale che ne comporta. Lo vediamo dal rimprovero fraterno che nella seconda lettura san Paolo fa ai cristiani di Corinto; in discordia a causa di preferenze e legami d’appartenenza che davano prova di un pericoloso smarrimento dell’essenziale cristiano: l’unità nel Signore Gesù…

mercoledì 15 gennaio 2014

19/2/2014 II domenica del Tempo Ordinario - Anno A



Is 49, 3. 5-6; Sal 39; 1 Cor 1, 1-3; Gv 1, 29-34
omelia commento
II domenica del Tempo Ordinario - Anno (A)



   Dopo aver ascoltato il racconto del battesimo di Gesù attraverso le parole di san Matteo, questa domenica ci offerto quello dell’evangelista Giovanni che – come sappiamo – già era discepolo del Battista, quindi era presente il giorno in cui il Signore si è presentato da lui al Giordano.
    L’evangelista allora è testimone di ciò che i suoi occhi hanno visto e le sue orecchie hanno udito riguardo a tutto quello che la pagina di oggi ci racconta. È proprio la sua esperienza diretta a interessarci. Il brano infatti ruota intorno al verbo conoscere che in greco è equiparabile a vedere: chi ha visto qualcosa, conosce (sa) che quel che ha visto. Giovanni dunque dà voce al suo omonimo maestro, regalandoci non solo l’emozione di un incontro così speciale, ma anche il suo profondo significato teologico.
      Il Battista dice per due volte: «Io non lo conoscevo», riferendosi a Gesù. Poi però conclude: «E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio». Cos’è che gli ha permesso di vedere/conoscere e di testimoniare la divinità del Nazareno? La manifestazione dello Spirito. Dio si è rivelato ai sensi del Battista e, certamente, anche a chi ha scritto questa pagina di Vangelo. È questo il significato sconvolgente del battesimo cristiano: lo Spirito Santo ci consente di ri-conoscere il Figlio in tutti coloro su quali si è posato ed è rimasto. Pertanto ogni battezzato ha sì la grazia di ospitare Dio, ma ha anche la facoltà di vederlo incarnato nei propri e negli altrui tratti somatici…

giovedì 9 gennaio 2014

12/1/2014 Battesimo del Signore Gesù Cristo


omelia, commento
Battesimo del Signore - Anno (A)

  Il battesimo di Gesù nel Giordano rappresenta l'inizio della sua predicazione e della missione di salvezza. Dopo il periodo di grande silenzio e di vita nascosta a Nazareth, il figlio di Maria avverte in sé la pienezza del tempo e, con esso, il momento di manifestare al mondo il Vangelo; le promesse del Padre annunciate dai profeti finalmente si realizzano. Lo Spirito del Signore è sopra di Lui, al punto da rendersi visibile sotto forma di una colomba e udibile attraverso una voce dal cielo.

[…]

    Lasciamoci consolare dal Paràclito e facciamo sì che sia sempre lui a parlare in noi e attraverso di noi. Possa la testimonianza cristiana avere la forza e la verità che provengono da Dio, affinché l’incontro coi discepoli di questo tempo sia un’autentica rivelazione dell'unica Parola che salva, l'unica che dichiara la verità sulla storia, sull'umanità e sul suo destino.



Disclaimer

«Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001»

Scambio banner